Lo sciocco razionale, la rivolta irrazionale

Vanno predicando che il tempo speso alla costruzione di un futuro collettivo, lo sforzo per qualcosa di più ampio del proprio interesse personale, sia pazzia e irrazionalità, devianza dalla regola universale delle cose.

Occorre iscriversi agli istituti tecnici per trovare lavoro. Le imprese del distretto hanno detto che han bisogno di tornisti ed operai specializzati da pagar poco che sappiano sgobbare.

E l’università, per chi ci va, va scelta con garbo ed intelligenza. Occorre sia chiaro allo studente che si tratta dell’investimento razionale sul proprio futuro occupazionale. E la tesi di ricerca va scritta con l’approccio in voga, e poi è meglio non disturbar mai nessuno se vogliamo “venderla”. Che poi a chi le dobbiamo vendere ste ricerche non l’ho ancora capito.

E la scuola e l’università sono solo il campo di prova dove ci formiamo come futuri occupabili, dove ci abituiamo alle gerarchie e alla subordinazione dell’impresa, attraverso l’addestramento al lavoro gratuito previsto per decreto e fede costruita dai poteri nella taumaturgia dell’alternanza scuola-lavoro.

E scendere in piazza è roba da cretini, tempo perso dietro ad ideologie collettive, morte e sepolte. Sgobbare bisogna. Concentrarsi sul calcolo razionale dei costi e benefici. Lo slancio collettivo della generazione senza futuro ha costi sicuri, benefici futuri e molto improbabili. Poco senso ha, se gli unici occhi che hai sono quelli dell’attore razionale.

Ci richiudiamo cosi nel guscio delle solitudini arrabbiate, tutti pronti a farci sempre più belli per il prossimo datore di lavoro, il prossimo ente di ricerca che ci farà favore di uno stipendio mai sufficiente a costruire poco più che una vita alla giornata. E non abbiamo tempo alcuno da dedicare alle gioie collettive, alla liberazione della piazza, alla costruzione del corpo intermedio, di parte e di massa che possa gettare ponti tra le disperazioni isolate, e dar senso di società agli atomi incattiviti.

Della società in macerie occorre non curarsi. Bisogna correre invece, ognuno per conto proprio, pesando per bene le frequentazioni che abbiamo, le conoscenze che coltiviamo, le speranze che perseguiamo nel lavoro quotidiano.

Ed il lavoro non è mica esperienza prima dello sforzo collettivo alla trasformazione della natura. È invece tutti contro tutti, è distruzione di ponti e cooperazione, rifiuto di solidarietà, disfacimento di classe, copertura straordinaria dei processi di sfruttamento e di estrazione quotidiana della nostra forza, che negli ingranaggi oscuri ma pervasivi della produzione si fa profitto privato, valore appropriato.

E occorre anche non votare, che tanto son tutti uguali, che tanto non cambia nulla, che tanto la politica è una professione come un’altra, che massimizza l’interesse personale, mica fa mediazione delle speranze di una classe, di una porzione della società.

E occorre costruirsi un futuro, certo, a patto che questo sia specifico e calcolato per bene al tasso di inflazione previsto dei prossimi anni, misurato sulle chance di vender meglio il proprio repertorio di titoli e skills, di esperienze professionali e abilità di multitasking. È imperativo poi, che il futuro che si costruisce sia quello del singolo, al massimo del sottile nucleo familiare. Ogni slancio verso un futuro collettivo è spia di devianza e pazzia, ostacolo frivolo sulla via del successo personale.

In uno strano incontro le forze antiche della conservazione reazionaria e gli approcci dell’attore razionale dell’economia e della sociologia che ha smesso ogni pretesa di radicalità e comprensione della realtà, si fondono. Mettono all’indice ogni atto per la felicità collettiva. Bandiscono la vita collettiva dal paniere delle preferenze razionali. Ogni idea di giustizia che superi l’esame tecnico dei costi-benefici è fuori dall’umana ragionevolezza. Ogni vita consumata al raggiungimento di una società migliore di quel che è, è insulsa immondizia negli anni nostri, della fine della storia. Dimentichiamo ogni giorno che la felicità è un ingranaggio collettivo. E ci arrabattiamo nei piccoli progetti personali proprio perché abbiamo fatto maceria di sogni collettivi. Sapere che l’attore razionale sempiterno è nient’altro che una sciocchezza e che la vita è altrove, è la scelta più chiara, la rivolta più seria in questo mondo tutto calcolo.

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Mastro Tabùm, il lavoro ed il gioco

Siamo cresciuti tra i cantieri delle nuove case popolari in costruzione, dove la città lasciava senza troppe pretese lo spazio alla campagna e alle ultime botteghe di artigiani, falegnami e fabbri che resistevano.

A dieci anni, creatività e rudimentali nozioni di ingegneria applicata riempivano i nostri pomeriggi nella costruzione di sbilenche case sugli alberi, di fortezze tra le pietre di scarto dei cantieri edili, e nascondigli mimetizzati nel bosco. La domanda interna di materiali vari da costruzione della nostra piccola economia – in guerra con le bande di ragazzini che vivevano al di là del bosco – era potenzialmente infinita. Purtroppo però, i nostri progetti dovevano adeguarsi  a prender forma attorno ai materiali di scarto che riuscivamo a procurarci bazzicando le officine ed i cantieri.

Ricordo che dopo una razzia di travi in legno insolitamente lunghe, solide e regolari per i nostri standard, costruimmo una vera e propria piattaforma sospesa sull’albero di fichi più grande dell’altipiano. Andammo fieri per molto tempo di quella costruzione che pareva una vera fortezza da cui tener d’occhio buona parte del territorio rurale che avevamo deciso fosse sotto la nostra immaginaria influenza.  Quella razzia fu il frutto di un piano ben programmato. Trafugammo gli scarti del buon Mastro Tabùm che stava lavorando per un cliente facoltoso alla costruzione dell’armadio più grande che avessimo mai visto. In lunghe giornate di fine primavera, osservavamo Tabùm mentre lavorava nel cortile del laboratorio  e studiavamo con attenzione il momento migliore per intervenire. Gli facevamo domande alla rinfusa, gli portavamo qualche bevanda fresca e andavamo a comprare le sigarette o a sbrigare qualche altra commissione su sua richiesta. Studiammo cosi il processo di lavorazione dell’epico armadio e le vie d’accesso più facili al cortile del laboratorio del mastro.

Agimmo poi di sera, dopo le 20, quando Tabùm tornava a casa con flemma, ma tirando sempre troppo a lungo la prima marcia del 127 turchese. Scavalcammo il cancello di ferro battuto e scegliemmo gli scarti di lavorazione migliori ammassati nel giardino dell’officina dove di solito si verniciavano i mobili. Ad esser sincero, non eravamo cosi certi che tutto quel che trafugammo fossero solo scarti e non i pezzi buoni del grosso mobile. Per settimane infatti, il povero Tabùm cercò invano i ladruncoli che avevano razziato il giardino dell’officina, che si erano portati via di tutto. “Pure quelle tavole che non sono buone manco per il camino si sono presi”, rimarcava spesso nel suo dialetto strano, col sigaro perenne ad un lato della bocca, nei momenti di pausa con gli altri mastri. Sono certo che le nostre gentilezze dei giorni precedenti causarono in lui più di un sospetto. Cosi evitammo saggiamente di farci vedere nei giorni successivi, aspettando con pazienza le acque si calmassero. Tra l’altro, non si può dire non avessimo altri impegni nei giorni seguenti al colpo grosso. Quelli furono giorni di lavoro febbrile attorno al povero albero che ospitò paziente la nostra grande opera di ingegneria.

Artigiani e muratori della periferia della città ci conoscevano bene, e noi conoscevamo bene loro. Le nostre immaginarie campagne militari con le bande dell’oltre-bosco, le costruzioni precarie, e le soventi partite a calcetto su breccia erano li a stabilire che quel terra di mezzo senza asfalto né lampioni, tra centro e periferia, era roba nostra quanto loro. I nostri giochi ed il loro lavoro avevano trovato un equilibrio informale ma stabile. Ad esclusione di quella volta che costruimmo una catapulta e la testammo contro le rose della signora Scialpa – con scarsi risultati balistici per la verità – ed altri piccoli momenti di tensione col vicinato, la nostra presenza era generalmente ben accetta. Avevamo messo su una piccola economia di captazione, recuperando pilastri, attrezzi da lavoro rotti, ed altri pezzi di risulta da costruzione in cambio di piccoli favori e lavoretti da portantini: le nostre biciclette sporche e veloci univano i cantieri e le officine sparse ai limiti della città alle botteghe del centro. Le Marlboro, i panini e le bevande andavano recuperati e consegnati in fretta alla richiesta dei lavoratori da noi favoriti. Una buona strategia collettiva aveva anche imposto un precario prezzario sulle consegne più importanti: quelle delle birre fresche nei pomeriggi d’estate. La valuta più gradita erano quelle tavole da ponteggi che con l’usura diventavano troppo fragili per essere utilizzate sui cantieri ma che la nostra fantasia avrebbe trasformato in rigidissime mura di fortini inespugnabili.

Lontano dal centro del borgo, gioco, lavoro e le relazioni sociali in cui entrambi questi fenomeni sono sempre immersi, mantenevano uno strano equilibrio periferico.  Il centrocittà invece, già stressato da turisti e vigili urbani – che il dialetto locale nominava con generosa irriverenza “guardie” – aveva altri ritmi, altri cantieri ed officine, altri giochi ed altre bande di bambini. I rapporti tra lavoratori e ragazzi erano già allora formalizzati, e le partite di calcetto di fronte al sagrato della chiesa avevano cessato di esistere per non disturbare gli avventori dei piccoli bar. I giochi dei bambini del centro vennero spostati quindi verso attrezzati campetti da calcio e parchetti a tema. In pochi anni il campo pubblico di calcetto cadde in malora mentre piccoli investitori preparavano la privatizzazione del gioco, installando prati verdi d’erba sintetica nei loro campetti privati.

Individuare le condizioni necessarie affinché la costrizione dei processi produttivi e le sue gerarchie possono trasformarsi in occasione di autodeterminazione e liberazione collettiva, richiedono un’analisi profonda e non superficiale. In questo preciso momento storico, occorrerebbe parlarne di più per riaffermare dignità e valore del lavoro.

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Quale idea di democrazia

Il segretario del Partito Democratico, Renzi, attraverso la retorica su primarie, maggioritario e semi-presidenzialismo, esprime un’idea precisa di democrazia e di popolo. Nella sua prospettiva, l’organizzazione della vita politica si basa sull’elezione diretta di un leader, che dopo la nomina dovrà essere libero di agire, senza lacci e lacciuoli, ne minoranze o attori collettivi e di parte con cui mediare. A fine mandato – che si tratti di un primo ministro, un manager d’azienda o un dirigente scolastico, non cambia – verrà confermato o meno e sarà il solo responsabile del suo operato. Finiranno cosi le ambiguità, le complessità, le responsabilità nascoste a scarica barile. Velocità e dinamismo senza vincoli e mediazioni vengono quindi invocate, rapporto diretto tra il capo ed il suo popolo, e pochi limiti all’opera continuamente istituente di chi viene eletto. Solo un capo libero da costrizioni ed obblighi ad estenuanti mediazioni, si afferma, potrà realizzare obbiettivi ambiziosi, e solo lui pagherà se questi non saranno raggiunti. In un mondo complesso, che va veloce, questa è la soluzione ai problemi, la via d’uscita dalla stagnazione secolare.

È chiaro che le idee di Renzi non sono tecniche neutrali di amministrazione dell’esistente. Esse delineano al contrario, una particolare forma di potere ed una specifica idea di società: la politica è risoluzione efficiente dei problemi, e per risolvere efficientemente i problemi ci vuole un popolo ed il suo capo, delle elezioni ad intervalli regolari, ed un mandato forte attraverso il quale il capo ha libertà di operare. Ma la società – con i gruppi sociali e le classi che la formano – dovrà scomparire tra un’elezione e l’altra. Classi e gruppi sociali hanno potere di nomina ma non è loro richiesto di farsi vero soggetto politico autonomo, di sviluppare una prospettiva autonoma e di parte sul mondo, di partecipare continuamente a dar forma al dibattito pubblico. La società quindi, con la sua complessità, smette di esistere come sfera autonoma, scompare è al di fuori della rappresentazione che ne dà il leader liberato da ogni vincolo. A fine mandato il popolo redivivo emergerà nuovamente nelle rappresentazioni dei candidati leader, per poi scomparire a nomina avvenuta.

La società ed i suoi gruppi quindi non esistono in se, ma si determinano nella scelta tra una serie di diverse rappresentazioni che candidati leader più o meno vicini, più o meno capaci, danno di loro.

Non ci sono differenze strutturali all’interno della società quindi, se non quelle tra chi scegli uno o l’altro candidato, una o l’altra rappresentazione di se. Le differenze di classe quindi, di razze ed identità, non esistono autonomamente a meno che i leader in corsa non decidano di incorporarle nelle loro rappresentazioni. Ma queste rappresentazioni dovranno essere maggioritarie se vorranno davvero competere per la vittoria. Esse saranno portate a nascondere le differenze invece che demarcarle, e sviluppare le narrative che più voti riusciranno a conquistare. Dovranno raccontare emozioni e storie che gli individui nella società tutta provano, senza articolare divisivi discorsi di classe; dovranno individuare i nemici contro cui il popolo tutto intero potrà raggrupparsi.

In una società in cui di fatto disuguaglianze di risorse e poteri crescono, quindi, i leader aspiranti dovranno nascondere queste ed i processi che le formano, e dovranno raccontare le storie che tengono uniti ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, potenti e diseredati, perché questo garantirà il numero maggiore di voti e finalmente una leadership priva di impedimenti. Trovare colpevoli esterni, alieni e traditori aiuta la narrazione. Che siano essi i vecchi politici, i professoroni, i sindacalisti, l’Unione Europea, gli immigrati o i terroristi, poco importa. La scelta è strumentale al successo nella competizione. Appellarsi a narrazioni emozionali e pre-politiche rappresenta uno strumento eternamente efficace.

Il popolo, però, con le sue classi e gruppi sociali, con le diverse posizionalità ed i conflitti, non esiste se non nel momento della scelta tra leader. Ad esso non è concesso di essere diverso da come gli aspiranti leader lo raccontano, né di criticare il leader prima della fine del mandato. Ed i leader, presi dalla loro corsa a vincere le maggioranze, dovranno naturalmente nascondere le disuguaglianze per costruire la narrativa più popolare e comprensiva, che supera le differenze.

Questo meccanismo apparentemente neutrale di gestione del potere nasconde un’idea fondamentalmente conservatrice e regressiva della società.

Infatti, la società esiste al di fuori dei dispositivi narrativi dei leader. Essa è nelle pratiche quotidiane che eccedono il discorso pubblico per bellezza e conflitto, sapienza e resistenza. È fatta di classi ed interessi, meccanismi di coercizione e resistenza, processi di rinegoziazione e trasformazione di identità. La società non è certo uniforme e pacificata o unita contro il nemico comune di turno, cosi come il leader pigliatutto racconta nei suoi discorsi per vincere la maggioranza. È al contrario fatta di parti strutturalmente in opposizione tra loro che hanno interessi e risorse diverse, idee e valori in conflitto. E mentre alcuni gruppi naturalmente coesi ed organizzati sono capaci di produrre le rappresentazioni egemoniche che il leader di turno più o meno autonomamente utilizzerà, le classi subalterne, naturalmente frammentate, non avranno strutturalmente la stessa opportunità. Per questo le classi subalterne hanno bisogno di auto-determinarsi nelle pratiche quotidiane dell’organizzazione, al di là dei leader e dei loro racconti. Servono loro i sindacati ed i partiti, le burocrazie e le organizzazioni, i simboli ed i movimenti sociali. Solo attraverso i corpi intermedi le democrazia hanno quindi un senso. Chi racconta che leader forti, sistemi efficienti e governabili, siano le condizioni necessarie per rimettere la politica al centro, racconta la storia dei dominanti ed i loro tentativo più recente e riuscito di mantenere la realtà sempre uguale a se stessa.

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All’aeroporto

Di fronte al gate 203 ho trovato un po’ di calma. Mi sono seduto per terra con le spalle al muro ed ho iniziato a leggere: cinque ore da passare e l’aeroporto di Istanbul, quello piccolo, già percorso troppe volte.

Il silenzio aiuta, la lettura è tranquilla.

Poi una famiglia di russi viene a sedersi qui vicino. Ne riconosco la lingua ed alcuni degli aspetti inconfondibili di ogni benevolo stereotipo. La famiglia si compone di tre ragazze a diversi stadi della loro adolescenza, una donna che dovrebbe essere loro madre, un ragazzino di poco più di cinque anni ed una babushka con un bagaglio a mano esclusivamente dedicato a vettovagliamenti del viaggio: frutta, panini, focacce di formaggio ed un buon odore che vien fuori dalla borsa frigo.

Il suono delle loro discussioni accompagna la lettura, l’insistenza della grande nonna a far mangiare le ragazze bellissime mi strappa un sorriso. Poi avviene addirittura l’inaspettato.

Un’altra famiglia – padre, madre, due ragazzotti ed un ragazzino – si sistemano a poca distanza dai miei primi vicini. Parlano arabo, poco; leggono. Solo il ragazzino più piccolo, coetaneo del piccolo russo, è irrequieto. Si guarda intorno, osserva gli aerei dalle vetrate del gate, esplora gli spazi in lungo e largo.

Poi si avvede del coetaneo russo dedito al rituale del pranzo sotto l’occhio severo della nonna. Vince la timidezza, gli corre vicino e gli dice: “hi”.

Quell’altro, masticando una mela gli risponde con lo stesso inglese incerto. Poi, senza dirsi altro, iniziano a rincorrersi per il gate, sotto gli occhi increduli della babushka severa ed i sorrisi di porcellana delle ragazze russe.

È che la vita è anarchica e sfugge alle gabbie e ai confini. E chi si adopera a costruire muri e distruggere ponti, alla fine non vincerà.

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Di referendum, democrazia e riforma costituzionale

di Francesco Bagnardi

La riforma del mercato del lavoro, quella della scuola e gli interventi in materia di politica sociale, vanno tenuti in conto quando si vuole riflettere sulla riforma costituzionale. Le politiche governative spiegano obiettivi ed interessi di cui il governo si fa portatore, e ne raccontano l’idea di democrazia.
Al netto della retorica, la riforma del mercato del lavoro va nella direzione di precarizzare ulteriormente i rapporti ed accentuare le asimmetrie di potere. Da un lato si dice che la flessibilizzazione dei rapporti a tempo indeterminato servirà a ridurre le forme di estrema precarietà; dall’altro gli strumenti di difesa del lavoratore di fronte ai licenziamenti illegittimi vengono praticamente annullati mentre aumentano le forme di precarietà assoluta, ben legalizzate attraverso l’uso dei voucher. L’abolizione dell’articolo 18 accresce le asimmetrie di potere nei luoghi della produzione: diventa di fatto improbabile la reintegra perfino per i licenziamenti punitivi. Il datore dalle ampie dotazioni finanziarie può monetizzare la sua indiscussa gerarchia in azienda, liquidando il lavoratore che proverà a stabilire equilibri più avanzati e dignitosi sul posto di lavoro. Allo stesso tempo la grande disarticolazione del mondo del lavoro ai margini dei rapporti contrattualizzati, si moltiplica e diventa strutturale. Le leggi naturalizzano i voucher e non riducono, al di là della retorica governativa, le forme di impiego precario. Le politiche attive del mercato del lavoro, invece, sono in parte il risultato dell’influenza dell’Unione Europea. Il sostegno all’occupazione prende la forma del re-training continuo dei fuoriusciti dal mercato del lavoro. Il welfare si fa sostegno al mercato e non argine ad esso. La protezione sociale collettiva contro le asperità della competizione smette di esistere e lascia il posto all’attivazione delle istituzioni pubbliche per rendere i capitali umani sempre più pronti a competere.  In Italia questa filosofia prende le forme del capitalismo predatorio che fa, ad esempio, della Garanzia Giovani non un’opportunità di training e inserimento nel mondo del lavoro, bensì di sfruttamento compiuto che istituzionalizza definitivamente la precarizzazione assoluta.
Se da un lato quindi, il lavoro stabile smette di esistere e il Job’s Act toglie gli ultimi strumenti di difesa collettiva delle parti più deboli nel rapporto di lavoro, dall’altra le politiche attive per l’impiego e la pletora sterminata di forme contrattuali precarie marcano il solco tra il potere dei datori e quello dei lavoratori.
La riforma della scuola va nella stessa direzione. La nuova governance traccia la strada verso l’accentramento del potere nella figura del preside-manager, in perfetta continuità con la managerializzazione dell’università, ottenuta con successo nel ciclo aperto dalla Riforma Gelmini. I luoghi della formazione, ormai da lungo tempo, hanno smesso di essere il luogo della formazione del dissenso e diventano primo incubatore del lungo processo di investimento sul proprio capitale umano e sulla propria capacità di competere.
Infine le politiche sociali sembrano parte di un disegno organico, di una strategia in cui consenso e spostamento dei poteri nella società si accompagnano. La manovra degli 80 euro dovrebbe pacificare la forza lavoro strutturata che nel frattempo perde gli ultimi meccanismi di auto-organizzazione e difesa nei luoghi della produzione. Nel frattempo il governo spinge per la decentralizzazione di fatto dei processi di contrattazione collettiva e promuove il contratto a tutele crescenti attraverso la defiscalizzazione temporanea delle assunzioni pseudo-stabili. La riduzione del cuneo fiscale sul lavoro si somma alla strategia per mistificare i numeri, accrescere fiducia e ottimismo e ammantarsi di un’aurea di attivismo foriero di risultati visibili nelle statistiche ufficiali. Le politiche di accoglienza e immigrazione – nonostante il clamore mediatico sovranazionale del Primo Ministro – mostrano la loro vera faccia ai margini del sistema produttivo italiano in cui i migranti, in un sistema di accoglienza strutturalmente incapace a realizzare i diritti soggettivi, vengono espulsi dalla legalità e diventano la base informale di nuovi processi di sfruttamento e accumulazione capitalista, già ben oltre i limiti della schiavitù.
I bonus cultura  poi, sono la merce di scambio per insegnanti acquiescenti. La riduzione della copertura del sistema pubblico sanitario per un numero crescente di prestazioni è solo un altro tassello che accresce il solco di classe delle politiche governative. Le campagne non commentabili del Ministero della Salute, rivelano bene la spocchia di classe delle forze di governo. Se per il mercato del lavoro, le nuove politiche di flessibilizzazione ed inserimento (tramite sfruttamento) individualizzano le responsabilità della disoccupazione – che diventa il risultato di scarse competenze, impegno, disponibilità – anche per la “fertilità” la questione smette di essere socio-economica e diventa una questione di cattive abitudini individuali da denunciare attraverso le foto sui social network.
Le riforme della costituzione e della legge elettorale vanno lette nel solco di un governo che ben rappresenta uno specifico modo di guardare alla democrazia ed uno specifico gruppo di interessi economico-sociali.
La riduzione dei parlamentari, la trasformazione del Senato, l’abolizione del CNEL, la complicazione descritta come semplificazione dei processi legislativi, la centralità delle esigenze di governabilità su quelle di rappresentanza, devono allarmare. Poco importa che le testate giornalistiche straniere sostengano o meno la riforma o che gli endorsement delle celebrità arrivino copiosi. Il punto è che il processo riformatore accentra poteri nei soggetti che detengono già quote sostanziali di potere, rendendo sempre più difficile una riorganizzazione collettiva ed alternativa degli interessi delle classi subalterne.
La legge elettorale promuove i partiti capaci di sostenere da soli la competizione. Questo elimina le esigenze di mediazione e con l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, pone la questione della permeabilità totale delle forze politiche al grande capitale. Allo stesso tempo, il nuovo assetto costituzionale riduce la rappresentatività delle istituzioni parlamentari (riducendo i rappresentanti) e riduce i contropoteri alle procedure decisionali del governo.
Si tratta di accrescere le asimmetrie di potere tra una classe dirigente ormai sganciata dai vincoli delle ideologie collettive, che si è però specializzata nell’organizzazione del consenso e nella permeabilità diretta con il capitale finanziario e produttivo del paese. Si tratta di eliminare i pochi dispositivi esistenti per riorganizzare forme collettive di dissenso contro le visioni dominanti.
Si tratta di essere veloci e decidere, di fare della mediazione e del dibattito un rituale privo di sostanza, di rinforzare l’assunto per cui i corpi intermedi non servono a nulla, le misure che bilanciano i poteri della società sono inutile perdita di tempo. È l’idea per cui la democrazia non è il mezzo per bilanciare i poteri socio-economici esistenti nella società, ma un mezzo per far sì che questi poteri possano attuare i loro progetti sempre più compiutamente. È l’idea per cui la democrazia moderna deve farsi necessariamente azienda per resistere ai tempi nuovi di cambiamento e velocità, per assecondare le fluidità dei mercati, per rendere i singoli sempre più adeguati alla competizione.
Un dibattito politico sulla riforma costituzionale dovrebbe partire da qui, per buona pace del sentimentalismo post-politico renziano, della retorica del nuovo, della pacificazione padronale del conflitto sociale, del marketing politico sempre più insopportabile al piano terra del mondo.

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Riflessioni sul leghismo

A dispetto dell’esposizione mediatica del suo leader, dell’approccio anti-sistema e della strategia comunicativa adottata, la Lega non si configura affatto come forza politica antagonista o del cambiamento. Al contrario, essa è pienamente strutturale al dibattito post-politico che viviamo. Essa non è espressione di conflitti sociali che minano l’accettabilità del neoliberismo, ma al contrario, è interprete sofisticato delle pulsioni primitive che la società neoliberale stessa produce ma che non si occupano di metterla in discussione.
La base localistico-comunitaria del partito non è affatto una rinnovata centralità della sfera pubblica in cui il cittadino media i suoi interessi e si forma come parte collettiva ma parziale nella società. Al contrario, il Leghismo sviluppa il senso di appartenenza attraverso la creazione di una comunità identitaria e regressiva che si sviluppa in negativo rispetto agli elementi che di volta in volta vengono definiti come alieni e quindi nemici. Il diverso, a seconda delle fasi storiche definito come il meridionale, il politico dell’establishment romano, ed ora l’immigrato e l’eurocrate, diventa la vera ragione del nostro malessere, la disfunzionalità del sistema, che rimane però valido e mai messo in discussione. Le piroette argomentative che permettono di passare da Roma Ladrona alla candidatura per le comunali della capitale passando attraverso anni di governo, oppure il tentativo di egemonia al Sud dopo anni di politiche della secessione, rappresentano una rilevante abilità di marketing, ma una inconsistenza politica notevole.
Va riconosciuto al partito l’abilità di riconoscere ed interpretare lo spaesamento dell’individuo nel capitalismo dei giorni nostri, e nel fornire un calore comunitario ed un set di soluzioni facili su cui costruire campagne mediatiche efficaci e rimandare il compito di una elaborazione collettiva. Il punto è che la comunità costruita è nichilista e chiusa, facilmente manovrabile da chi saprà individuare il prossimo alieno su cui costruire una rinnovata collettività antagonista momentanea. La comunità della Lega non è un luogo di mediazione, di costruzione di soggettività collettiva che ha il fine di cambiare i rapporti di forza nella società. Essa è al contrario, il dispositivo di mero consenso elettorale che élite politico-mediatiche utilizzano per avere accesso ad una porzione di potere istituzionale.
L’establishment leghista al di là dei modi, ha estrema confidenza nel trattare con le classi dirigenti del paese. Esso si specializza nell’adoperare i dispositivi comunicativi per aggregare consenso, nell’individuare tematiche sensibili e ottenere potere istituzionale, quindi. Ma la volontà politica di costruire un soggetto collettivo in grado di ribaltare il sistema non c’è. Perché il sistema è di per se giusto, se non fosse per alcuni agenti patogeni che hanno la responsabilità dei fallimenti generali ed individuali. Così ognuno avrà l’assistenza consolatoria che le ragioni della sua infelicità abbiano radici nel potere dei burocrati, nell’antropologica svogliatezza dei meridionali, nella diversità intollerabile immigrati e rom, e non nell’alienazione e nel nichilismo del capitalismo neoliberista.
La costruzione di comunità di consenso quindi, si sviluppa in opposizione a nemici pubblici immaginari, ed evita di sviluppare una visione del mondo autonoma.
Ecco perché si può proporre l’abolizione della Legge Fornero senza mettere in dubbio i meccanismi di precarizzazione del capitalismo neoliberista, individuando nei burocrati europeisti il nemico di turno, ma non nei rappresentanti del capitale.

Si può chiedere una generica riforma fiscale in favore di una flat-tax, facendola passare per favorevole alle piccole e medie aziende e i lavoratori, senza però esplicitare che proprie queste ne verrebbero svantaggiate in relazione alle compagnie che fanno profitti più ingenti in virtù della non progressività di questa proposta. Si può cioè sviluppare una retorica a favore delle classi medio-basse, ed allo stesso tempo farsi portatrici delle istanze delle classi dominanti.

Si può far battaglia per una riforma dell’istituto della legittima difesa che solleva l’individuo dai vincoli di legge all’interno della sua proprietà privata. Una sorta di feudalesimo del terzo millennio in cui più estese sono le tue proprietà e più esteso è il tuo potere di decidere delle libertà individuali dell’altro, e perfino della sua vita. L’idea stessa alla base di questa proposta, portata all’estremo, permette al singolo facoltoso di costruire una sorta di entità parallela, la sua proprietà privata, che si sottrae all’autorità dello stato e sospende il diritto all’habeas corpus dell’altro che si trova fisicamente all’interno della proprietà privata. Insomma, il primato della proprietà privata sui diritti basilari degli altri è l’epifenomeno di una battaglia senza quartiere in favore di chi ha, mascherata da istituto di protezione del povero lavoratore minacciato nel suo personalissimo spazio privato.

Ed ancora, si possono rivendicare riduzioni dell’imposizione fiscale ed aumento dei servizi pubblici; si può essere nazionalisti ed elogiare le forze estremiste dei paesi confinanti che auspicano la riconquista del Sud-Tirolo, in un delirio assoluto della reversibilità del senso.
Si può chiedere più Europa nella gestione dei migranti, e meno Europa nelle politiche monetarie. Si può essere anti-europeisti ed adottare buona parte dei significanti delle élite europee.
Le posizioni sulla globalizzazione rivelano a mio parere, perfettamente una sostanziale subalternità culturale alle forze egemoniche del neoliberismo europeo. Infatti, in apparenza la Lega si pone come alternative delle forze moderate ed europeiste, ma con queste condivide completamente la visione della globalizzazione come forza naturale ed esterna, non modificabile né influenzabile in alcun modo. E mentre i moderati promettono fedeltà alle leggi dell’austerity come unico mezzo per restare competitivi in un mondo globalizzato ed in guerra, i leghisti propongono la chiusura di frontiere e si oppongono, anche se senza mai specificare concretamente come, ai flussi di beni e servizi con l’estero e alle delocalizzazioni delle produzioni italiane. Resta il dato comune per cui tutti guardano al mondo esterno, perfettamente globalizzato ed immodificabile, come ad un dato naturale e non come il risultato di determinate decisioni politiche che possono essere messe in dubbio e ribaltate, a patto che si riconosca l’arena globale come arena della politica e non come elemento naturale esterno.
La lega catalizza le ansie e le paure dell’individuo contemporaneo che ha perso senso ed appartenenza. Occorrerà disvelare la pericolosità del progetto anti-emancipatorio della Lega, per togliere ad essa le basi di un consenso crescente. Occorrerà chiarire un progetto di emancipazione collettiva alternativo, un idea di giustizia e di società futura davvero antagonista, attraverso il conflitto sociale tra capitale e lavoro, tra capitale e natura, tra capitale e società. E occorrerà tornare a costruire un soggetto collettivo e radicale che abbia di nuovo fiducia di poter cambiare la storia.

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Le catene globali del cuoio, i distetti, gli sfruttati

La grande impresa verticale fordista era capace di integrare tutte le attività, centrali ed accessorie, della produzione. Una stessa struttura proprietaria si occupava dell’intera filiera di produzione – dalla raccolta delle materie prime alla distribuzione del bene finito fino all’assistenza cliente – al fine di ridurre i costi di transazione e creare economie di scala.
Il mercato, le tecnologie, le regole di corporate governance, i costi di trasporto e i trattati sul commercio internazionale sono da allora cambiati e con essi è cambiata la faccia del capitalismo.
Sempre più flessibile e snella, veloce nel rispondere alle richieste del mercato, l’impresa ha potuto esternalizzare strategicamente le parti a meno valore aggiunto della sua produzione dirigendo i capitali verso le ‘core activities’ di branding, design e marketing.
I gruppi di lavoro della Toyota avevano anticipato tutti nella ‘lean production’, i distretti industriali della Terza Italia avevano re-inventato la produzione di massa sostituendo ai capitali finanziari quelli dei contatti, della competizione leale tra piccoli produttori, della cooperazione tra imprese che si internazionalizzavano.

Ma il capitale non si ristruttura perché i mercati cambiano in maniera autonoma o per via di non autonome invenzioni tecnologiche. Le catene globali del valore, in cui i brand del tessile fanno cucire i loro vestiti nei paesi dove il lavoro costa meno ed è più facilmente controllabile, non sono il semplice risultato delle liberalizzazioni commerciali. Al contrario, il capitale da forma alle sovrastrutture. Quando i sindacati d’Europa lo avevano costretto ad un compromesso sociale tra lavoro dignitoso e profitto, questo ha adoperato l’arsenale a disposizione per ristrutturare il mondo della produzione e del consumo.
Le strutture della produzione globale, il lavoro forzato e minorile nelle periferie del mondo, gli stati neoliberali ‘devoti alla competizione’ non sono il risultato inaspettato ed immodificabile di processi naturali di globalizzazione. Al contrario essi sono l’effetto di politiche determinate portate avanti da specifici gruppi sociali, al fine di sganciare il profitto dalle gabbie dei diritti dei lavoratori, dal potere contrattuale del lavoro che si era auto-organizzato, che aveva conquistato i welfare state ad Ovest, quelli socialisti ad Est, quelli decolonizzati e liberi a sud.
La nuova spazializzazione del capitale e le nuove divisioni del lavoro creano oggi una geografia di sfruttamenti e pene, di crescenti diseguaglianze ed assente mobilità sociale. I casi di upgrading economico di periferie di successo che diventano semiperiferie non scalfiscono neppure i consolidati rapporti di forza.
E l’esperienza quotidiana della subordinazione sempre più aggressiva e netta non risparmia neppure le economie dei centri. Weil (2014), che è studioso non radicale, parla di ‘lavoro spaccato’ quando descrive come outsourcing, franchising e lavoro interinale stiano schiacciando salari e diritti dei lavoratori degli Stati Uniti.

Allo stesso modo, anche la favola dei distretti italiani, dei loro valori non economici, del loro prezioso capitale sociale viene risucchiato (o forse si fa volano) del capitalismo neo-feudale dei nostri anni. I cluster diventano nuova terra di conquista del controllo del capitale globale attraverso le complicate strutture di dominio della competizione internazionale. Il lavoro si divide e parcellizza, si frammenta nei rivoli delle agenzie interinali, si fa invisibile nell’esercito di riserva dei disgraziati – migranti ed autoctoni – che lavorano in nero.
Anche per il distretto della conceria fiorentina, il passato artigianale e glorioso scolorisce a colpi di catene globali del valore che rafforzano i forti e fabbricano il decantato Made in Italy sulla pelle degli ultimi.
La campagna di Abiti Puliti ne da conto. Al ministero del Lavoro intanto, si parla di facilitare il lavoro cottimo, solo nel caso qualcuno avesse  ancora dubbi circa il blocco sociale che le forze di governo servono con quotidiana pratica di schiavitù.

Bibliografia veloce
Weil, D. (2014). The fissured workplace. Harvard University Press.

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