Di referendum, democrazia e riforma costituzionale

di Francesco Bagnardi

La riforma del mercato del lavoro, quella della scuola e gli interventi in materia di politica sociale, vanno tenuti in conto quando si vuole riflettere sulla riforma costituzionale. Le politiche governative spiegano obiettivi ed interessi di cui il governo si fa portatore, e ne raccontano l’idea di democrazia.
Al netto della retorica, la riforma del mercato del lavoro va nella direzione di precarizzare ulteriormente i rapporti ed accentuare le asimmetrie di potere. Da un lato si dice che la flessibilizzazione dei rapporti a tempo indeterminato servirà a ridurre le forme di estrema precarietà; dall’altro gli strumenti di difesa del lavoratore di fronte ai licenziamenti illegittimi vengono praticamente annullati mentre aumentano le forme di precarietà assoluta, ben legalizzate attraverso l’uso dei voucher. L’abolizione dell’articolo 18 accresce le asimmetrie di potere nei luoghi della produzione: diventa di fatto improbabile la reintegra perfino per i licenziamenti punitivi. Il datore dalle ampie dotazioni finanziarie può monetizzare la sua indiscussa gerarchia in azienda, liquidando il lavoratore che proverà a stabilire equilibri più avanzati e dignitosi sul posto di lavoro. Allo stesso tempo la grande disarticolazione del mondo del lavoro ai margini dei rapporti contrattualizzati, si moltiplica e diventa strutturale. Le leggi naturalizzano i voucher e non riducono, al di là della retorica governativa, le forme di impiego precario. Le politiche attive del mercato del lavoro, invece, sono in parte il risultato dell’influenza dell’Unione Europea. Il sostegno all’occupazione prende la forma del re-training continuo dei fuoriusciti dal mercato del lavoro. Il welfare si fa sostegno al mercato e non argine ad esso. La protezione sociale collettiva contro le asperità della competizione smette di esistere e lascia il posto all’attivazione delle istituzioni pubbliche per rendere i capitali umani sempre più pronti a competere.  In Italia questa filosofia prende le forme del capitalismo predatorio che fa, ad esempio, della Garanzia Giovani non un’opportunità di training e inserimento nel mondo del lavoro, bensì di sfruttamento compiuto che istituzionalizza definitivamente la precarizzazione assoluta.
Se da un lato quindi, il lavoro stabile smette di esistere e il Job’s Act toglie gli ultimi strumenti di difesa collettiva delle parti più deboli nel rapporto di lavoro, dall’altra le politiche attive per l’impiego e la pletora sterminata di forme contrattuali precarie marcano il solco tra il potere dei datori e quello dei lavoratori.
La riforma della scuola va nella stessa direzione. La nuova governance traccia la strada verso l’accentramento del potere nella figura del preside-manager, in perfetta continuità con la managerializzazione dell’università, ottenuta con successo nel ciclo aperto dalla Riforma Gelmini. I luoghi della formazione, ormai da lungo tempo, hanno smesso di essere il luogo della formazione del dissenso e diventano primo incubatore del lungo processo di investimento sul proprio capitale umano e sulla propria capacità di competere.
Infine le politiche sociali sembrano parte di un disegno organico, di una strategia in cui consenso e spostamento dei poteri nella società si accompagnano. La manovra degli 80 euro dovrebbe pacificare la forza lavoro strutturata che nel frattempo perde gli ultimi meccanismi di auto-organizzazione e difesa nei luoghi della produzione. Nel frattempo il governo spinge per la decentralizzazione di fatto dei processi di contrattazione collettiva e promuove il contratto a tutele crescenti attraverso la defiscalizzazione temporanea delle assunzioni pseudo-stabili. La riduzione del cuneo fiscale sul lavoro si somma alla strategia per mistificare i numeri, accrescere fiducia e ottimismo e ammantarsi di un’aurea di attivismo foriero di risultati visibili nelle statistiche ufficiali. Le politiche di accoglienza e immigrazione – nonostante il clamore mediatico sovranazionale del Primo Ministro – mostrano la loro vera faccia ai margini del sistema produttivo italiano in cui i migranti, in un sistema di accoglienza strutturalmente incapace a realizzare i diritti soggettivi, vengono espulsi dalla legalità e diventano la base informale di nuovi processi di sfruttamento e accumulazione capitalista, già ben oltre i limiti della schiavitù.
I bonus cultura  poi, sono la merce di scambio per insegnanti acquiescenti. La riduzione della copertura del sistema pubblico sanitario per un numero crescente di prestazioni è solo un altro tassello che accresce il solco di classe delle politiche governative. Le campagne non commentabili del Ministero della Salute, rivelano bene la spocchia di classe delle forze di governo. Se per il mercato del lavoro, le nuove politiche di flessibilizzazione ed inserimento (tramite sfruttamento) individualizzano le responsabilità della disoccupazione – che diventa il risultato di scarse competenze, impegno, disponibilità – anche per la “fertilità” la questione smette di essere socio-economica e diventa una questione di cattive abitudini individuali da denunciare attraverso le foto sui social network.
Le riforme della costituzione e della legge elettorale vanno lette nel solco di un governo che ben rappresenta uno specifico modo di guardare alla democrazia ed uno specifico gruppo di interessi economico-sociali.
La riduzione dei parlamentari, la trasformazione del Senato, l’abolizione del CNEL, la complicazione descritta come semplificazione dei processi legislativi, la centralità delle esigenze di governabilità su quelle di rappresentanza, devono allarmare. Poco importa che le testate giornalistiche straniere sostengano o meno la riforma o che gli endorsement delle celebrità arrivino copiosi. Il punto è che il processo riformatore accentra poteri nei soggetti che detengono già quote sostanziali di potere, rendendo sempre più difficile una riorganizzazione collettiva ed alternativa degli interessi delle classi subalterne.
La legge elettorale promuove i partiti capaci di sostenere da soli la competizione. Questo elimina le esigenze di mediazione e con l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, pone la questione della permeabilità totale delle forze politiche al grande capitale. Allo stesso tempo, il nuovo assetto costituzionale riduce la rappresentatività delle istituzioni parlamentari (riducendo i rappresentanti) e riduce i contropoteri alle procedure decisionali del governo.
Si tratta di accrescere le asimmetrie di potere tra una classe dirigente ormai sganciata dai vincoli delle ideologie collettive, che si è però specializzata nell’organizzazione del consenso e nella permeabilità diretta con il capitale finanziario e produttivo del paese. Si tratta di eliminare i pochi dispositivi esistenti per riorganizzare forme collettive di dissenso contro le visioni dominanti.
Si tratta di essere veloci e decidere, di fare della mediazione e del dibattito un rituale privo di sostanza, di rinforzare l’assunto per cui i corpi intermedi non servono a nulla, le misure che bilanciano i poteri della società sono inutile perdita di tempo. È l’idea per cui la democrazia non è il mezzo per bilanciare i poteri socio-economici esistenti nella società, ma un mezzo per far sì che questi poteri possano attuare i loro progetti sempre più compiutamente. È l’idea per cui la democrazia moderna deve farsi necessariamente azienda per resistere ai tempi nuovi di cambiamento e velocità, per assecondare le fluidità dei mercati, per rendere i singoli sempre più adeguati alla competizione.
Un dibattito politico sulla riforma costituzionale dovrebbe partire da qui, per buona pace del sentimentalismo post-politico renziano, della retorica del nuovo, della pacificazione padronale del conflitto sociale, del marketing politico sempre più insopportabile al piano terra del mondo.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni

Riflessioni sul leghismo

A dispetto dell’esposizione mediatica del suo leader, dell’approccio anti-sistema e della strategia comunicativa adottata, la Lega non si configura affatto come forza politica antagonista del cambiamento. Al contrario, essa è pienamente strutturale al dibattito post-politico che viviamo. Essa non è espressione di conflitti sociali che minano l’accettabilità del neoliberismo, ma al contrario, è interprete sofisticato delle pulsioni primitive che la società neoliberale stessa produce ma che non si occupano di metterla in discussione.
La base localistico-comunitaria del partito non è affatto una rinnovata centralità della sfera pubblica in cui il cittadino media i suoi interessi e si forma come parte collettiva ma parziale nella società. Al contrario, il Leghismo sviluppa il senso di appartenenza attraverso la creazione di una comunità identitaria e regressiva che si sviluppa in negativo rispetto agli elementi che di volta in volta vengono definiti come alieni e quindi nemici. Il diverso, a seconda delle fasi storiche definito come il meridionale, il politico dell’establishment romano, ed ora l’immigrato e l’eurocrate, diventa la vera ragione del nostro malessere, la disfunzionalità del sistema, che rimane però valido e mai messo in discussione. Le piroette argomentative che permettono di passare da Roma Ladrona alla candidatura per le comunali della capitale passando attraverso anni di governo, oppure il tentativo di egemonia al Sud dopo anni di politiche della secessione, rappresentano una rilevante abilità di marketing, ma una inconsistenza politica notevole.
Va riconosciuto al partito l’abilità di riconoscere ed interpretare lo spaesamento dell’individuo nel capitalismo dei giorni nostri, e nel fornire un calore comunitario ed un set di soluzioni facili su cui costruire campagne mediatiche efficaci e rimandare il compito di una elaborazione collettiva. Il punto è che la comunità costruita è nichilista e chiusa, facilmente manovrabile da chi saprà individuare il prossimo alieno su cui costruire una rinnovata collettività antagonista momentanea. La comunità della Lega non è un luogo di mediazione, di costruzione di soggettività collettiva che ha il fine di cambiare i rapporti di forza nella società. Essa è al contrario, il dispositivo di mero consenso elettorale che élite politico-mediatiche utilizzano per avere accesso ad una porzione di potere istituzionale.
L’establishment leghista al di là dei modi, ha estrema confidenza nel trattare con le classi dirigenti del paese. Esso si specializza nell’adoperare i dispositivi comunicativi per aggregare consenso, nell’individuare tematiche sensibili e ottenere potere istituzionale, quindi. Ma la volontà politica di costruire un soggetto collettivo in grado di ribaltare il sistema non c’è. Perché il sistema è di per se giusto, se non fosse per alcuni agenti patogeni che hanno la responsabilità dei fallimenti generali ed individuali. Così ognuno avrà l’assistenza consolatoria che le ragioni della sua infelicità abbiano radici nel potere dei burocrati, nell’antropologica svogliatezza dei meridionali, nella diversità intollerabile immigrati e rom, e non nell’alienazione e nel nichilismo del capitalismo neoliberista.
La costruzione di comunità di consenso quindi, si sviluppa in opposizione a nemici pubblici immaginari, ed evita di sviluppare una visione del mondo autonoma.
Ecco perché si può proporre l’abolizione della Legge Fornero senza mettere in dubbio i meccanismi di precarizzazione del capitalismo neoliberista, individuando nei burocrati europeisti il nemico di turno, ma non nei rappresentanti del capitale.

Si può chiedere una generica riforma fiscale in favore di una flat-tax, facendola passare per favorevole alle piccole e medie aziende e i lavoratori, senza però esplicitare che proprie queste ne verrebbero svantaggiate in relazione alle compagnie che fanno profitti più ingenti in virtù della non progressività di questa proposta. Si può cioè sviluppare una retorica a favore delle classi medio-basse, ed allo stesso tempo farsi portatrici delle istanze delle classi dominanti.

Si può far battaglia per una riforma dell’istituto della legittima difesa che solleva l’individuo dai vincoli di legge all’interno della sua proprietà privata. Una sorta di feudalesimo del terzo millennio in cui più estese sono le tue proprietà e più esteso è il tuo potere di decidere delle libertà individuali dell’altro, cioè della sua vita. L’idea stessa alla base di questa proposta, portata all’estremo, permette al singolo facoltoso di costruire una sorta di entità parallela, la sua proprietà privata, che si sottrae all’autorità dello stato e solleva il diritto all’habeas corpus dell’altro che si trova fisicamente all’interno della proprietà privata. Insomma, il primato della proprietà privata sui diritti basilari degli altri è l’epifenomeno di una battaglia senza quartiere in favore di chi ha, mascherata da istituto di protezione del povero lavoratore minacciato nel suo personalissimo spazio privato.

Ed ancora, si possono rivendicare riduzioni dell’imposizione fiscale ed aumento dei servizi pubblici; si può essere nazionalisti ed elogiare le forze estremiste dei paesi confinanti che auspicano la riconquista del Sud-Tirolo, in un delirio assoluto della reversibilità del senso.
Si può chiedere più Europa nella gestione dei migranti, e meno Europa nelle politiche monetarie. Si può essere anti-europeisti ed adottare buona parte dei significanti delle élite europee.
Le posizioni sulla globalizzazione rivelano a mio parere, perfettamente una sostanziale subalternità culturale alle forze egemoniche del neoliberismo europeo. Infatti, in apparenza la Lega si pone come alternative delle forze moderate ed europeiste, ma con queste condivide completamente la visione della globalizzazione come forza naturale ed esterna, non modificabile né influenzabile in alcun modo. E mentre i moderati promettono fedeltà alle leggi dell’austerity come unico mezzo per restare competitivi in un mondo globalizzato ed in guerra, i leghisti propongono la chiusura di frontiere e si oppongono, anche se senza mai specificare concretamente come, ai flussi di beni e servizi con l’estero e alle delocalizzazioni delle produzioni italiane. Resta il dato comune per cui tutti guardano al mondo esterno, perfettamente globalizzato ed immodificabile, come ad un dato naturale e non come il risultato di determinate decisioni politiche che possono essere messe in dubbio e ribaltate, a patto che si riconosca l’arena globale come arena della politica e non come elemento naturale esterno.
La lega è il vettore delle ansie e delle paure dell’individuo contemporaneo che ha perso senso ed appartenenza. Occorrerà disvelare la pericolosità del progetto anti-emancipatorio della Lega, per togliere ad essa le basi di un consenso crescente. Occorrerà chiarire un progetto di emancipazione collettiva alternativo, un idea di giustizia e di società futura davvero antagonista, attraverso il conflitto sociale tra capitale e lavoro, tra capitale e natura, tra capitale e società. E tornare a costruire un soggetto collettivo e radicale che abbia di nuovo fiducia di poter cambiare la storia.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni

Le catene globali del cuoio, i distetti, gli sfruttati

La grande impresa verticale fordista era capace di integrare tutte le attività, centrali ed accessorie, della produzione. Una stessa struttura proprietaria si occupava dell’intera filiera di produzione – dalla raccolta delle materie prime alla distribuzione del bene finito fino all’assistenza cliente – al fine di ridurre i costi di transazione e creare economie di scala.
Il mercato, le tecnologie, le regole di corporate governance, i costi di trasporto e i trattati sul commercio internazionale sono da allora cambiati e con essi è cambiata la faccia del capitalismo.
Sempre più flessibile e snella, veloce nel rispondere alle richieste del mercato, l’impresa ha potuto esternalizzare strategicamente le parti a meno valore aggiunto della sua produzione dirigendo i capitali verso le ‘core activities’ di branding, design e marketing.
I gruppi di lavoro della Toyota avevano anticipato tutti nella ‘lean production’, i distretti industriali della Terza Italia avevano re-inventato la produzione di massa sostituendo ai capitali finanziari quelli dei contatti, della competizione leale tra piccoli produttori, della cooperazione tra imprese che si internazionalizzavano.

Ma il capitale non si ristruttura perché i mercati cambiano in maniera autonoma o per via di non autonome invenzioni tecnologiche. Le catene globali del valore, in cui i brand del tessile fanno cucire i loro vestiti nei paesi dove il lavoro costa meno ed è più facilmente controllabile, non sono il semplice risultato delle liberalizzazioni commerciali. Al contrario, il capitale da forma alle sovrastrutture. Quando i sindacati d’Europa lo avevano costretto ad un compromesso sociale tra lavoro dignitoso e profitto, questo ha adoperato l’arsenale a disposizione per ristrutturare il mondo della produzione e del consumo.
Le strutture della produzione globale, il lavoro forzato e minorile nelle periferie del mondo, gli stati neoliberali ‘devoti alla competizione’ non sono il risultato inaspettato ed immodificabile di processi naturali di globalizzazione. Al contrario essi sono l’effetto di politiche determinate portate avanti da specifici gruppi sociali, al fine di sganciare il profitto dalle gabbie dei diritti dei lavoratori, dal potere contrattuale del lavoro che si era auto-organizzato, che aveva conquistato i welfare state ad Ovest, quelli socialisti ad Est, quelli decolonizzati e liberi a sud.
La nuova spazializzazione del capitale e le nuove divisioni del lavoro creano oggi una geografia di sfruttamenti e pene, di crescenti diseguaglianze ed assente mobilità sociale. I casi di upgrading economico di periferie di successo che diventano semiperiferie non scalfiscono neppure i consolidati rapporti di forza.
E l’esperienza quotidiana della subordinazione sempre più aggressiva e netta non risparmia neppure le economie dei centri. Weil (2014), che è studioso non radicale, parla di ‘lavoro spaccato’ quando descrive come outsourcing, franchising e lavoro interinale stiano schiacciando salari e diritti dei lavoratori degli Stati Uniti.

Allo stesso modo, anche la favola dei distretti italiani, dei loro valori non economici, del loro prezioso capitale sociale viene risucchiato (o forse si fa volano) del capitalismo neo-feudale dei nostri anni. I cluster diventano nuova terra di conquista del controllo del capitale globale attraverso le complicate strutture di dominio della competizione internazionale. Il lavoro si divide e parcellizza, si frammenta nei rivoli delle agenzie interinali, si fa invisibile nell’esercito di riserva dei disgraziati – migranti ed autoctoni – che lavorano in nero.
Anche per il distretto della conceria fiorentina, il passato artigianale e glorioso scolorisce a colpi di catene globali del valore che rafforzano i forti e fabbricano il decantato Made in Italy sulla pelle degli ultimi.
La campagna di Abiti Puliti ne da conto. Al ministero del Lavoro intanto, si parla di facilitare il lavoro cottimo, solo nel caso qualcuno avesse  ancora dubbi circa il blocco sociale che le forze di governo servono con quotidiana pratica di schiavitù.

Bibliografia veloce
Weil, D. (2014). The fissured workplace. Harvard University Press.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni

Weekend di lavoro

Weekend a lavoro. Glielo avevano detto venerdì, dopo pranzo. I piani fatti in famiglia erano saltati. Aveva pensato che l’opportunità di trattare direttamente con i clienti sarebbe stato di buon auspicio per una promozione imminente. Si sentì ricompensato ed eccitato. Una sorta di sfida nuova, un compito alternativo alla routine che da qualche mese scandiva tempi tristi.
Maria sarebbe stata contenta anche se i programmi sarebbero cambiati. Lui avrebbe preso il treno cosi da lasciarle l’auto. Ci pensò. Avrebbe ripreso il treno dopo tempo. Si sarebbe svegliato presto. Avrebbe letto durante il tragitto. Avrebbe dedicato del tempo a sé senza sentirsi in colpa di un’assenza senza motivo. Avrebbe saltato il rituale, pure lui stanco, del weekend in famiglia. La città delle 6 di mattina era un’esperienza lontana e dimenticata che lo avrebbe catapultato ai tempi dell’università.

Fu il rituale rassicurante dell’odore del caffè, della passeggiata fino alla stazione, dei contadini che fanno colazione presso il solito bar prima di raggiungere i campi a scandire i tempi.
Poi il treno ed il silenzio accogliente. Il buon libro e lo sguardo a cogliere le prime luci dell’alba di là del finestrino, mentre il panorama dei paesini e delle loro antenne tv si alternava ai boschi e alle case di campagna.

Poche fermate prima della sua, la liceale entrò di soprassalto. Si sedette di fronte a lui col fiato corto misto a singulti. Parole veloci e biascicate non riuscirono a nascondere l’attacco di panico in corso. Maledisse il treno ed il suo zainetto che era rimasto aperto. Aveva dovuto correre. A lei non piaceva correre, non piaceva il treno. Maledetto il treno!
Poi il cellulare nelle mani che tremavano. Mentre cercava il numero, il fiato si faceva sempre più veloce. Al telefono rispose una voce registrata che la ragazza maledì. E malediva papà che non rispondeva insieme alla la voce dell’aggeggio che diceva che non aveva più credito.
‘Perché non ho credito? Loro mi hanno lasciato senza credito!’
I singulti si fecero sempre più ansiosi e disperati. Poi lo guardò fisso negli occhi, avvicinandosi col viso e dicendogli che aveva bisogno di aiuto. Lui si destò dalla sua assenza preoccupata ma ancora distante. Lei chiese di poter chiamare il numero, che l’avevano lasciata senza credito.
Lui si sorprese della voce calma che venne fuori dalla sua bocca, realizzando in quel momento di non aver ancora parlato quel giorno.
Digitò il numero che la ragazza dettò a fatica. Ancora la voce registrata. Ancora singulti e maledizioni. Lui le chiese di stare calma. Il treno ancora silenzioso e vuoto. Lei si agitò ma riuscì a dettargli il numero di casa. Il telefono finalmente squillò.

‘Mamma, mi avete lasciato senza credito! Il treno correva veloce, Mamma. Maledetto lo zaino. Si ora va meglio. Quel ragazzo biondo mi ha dato il suo telefono perché voi mi lasciate senza credito. Maledetto il treno. Si devo dirgli grazie. Maledetto lo zaino. Si vado a scuola. Si va meglio ora. Si tu non mi lasciare senza credito. Si, io voglio papà. Si non mi lasciare senza credito. Si gli dico grazie’.

La ragazza si tranquillizzò. Gli restituì il cellulare dimenticando la promessa appena fatta di ringraziarlo.
Lui provò a dirle qualcosa sulla scuola ed i treni troppo veloci. Solo così, per tranquillizzarla. Ma lei era già tranquilla. Assente. In un mondo che lui non poteva vedere.
Decise di non parlarle più e mentre guardava fuori dal finestrino ormai quasi alla sua fermata, si accorse che le gambe gli tremavano ed ora era il suo fiato ad essere corto. Si concentrò sulla respirazione con poco successo. Si convinse che recandosi a lavoro si sarebbe tranquillizzato. Camminare lo avrebbe aiutato.

Non fu cosi. Maledisse l’imprevisto che rompeva i piani e la ritualità. Si irritò, che in tutti gli anni che aveva preso il treno un’esperienza come quella non gli era ancora capitata. Era come se qualcuno stesse tramando per trasmettergli quel carico d’ansia proprio prima della promozione al lavoro, dell’inconsueto incontro con i clienti, della fiducia che la ditta riponeva in lui.
A tanta autocommiserazione rispose con un sorriso amaro, perché le gambe gli tremavano ancora e non riusciva a dimenticare il fiato spezzato dai singulti e gli occhi sbarrati della ragazzina, la profondità di quel mondo parallelo che lui non riusciva a vedere e che inghiottiva lei fino a squassarle il petto di paura.

A lavoro non fu brillante. Fece quello che doveva come doveva, senza divertirsi. Era disturbato dall’incontro imprevisto del treno, della ragazza e del suo mondo che rompevano i suoi progetti e gli passavano un’ansia che avrebbe voluto non dover gestire. Non in quel giorno.
Poi si sentì sporco di quel pensiero fugace ma resistente. Non è che non soffrisse anche lui delle pene della ragazza del treno o che non trovasse ingiusto che la povera piccola dovesse affrontarle tutta da sola. Eppure una parte di sé teneva in conto i clienti e le loro cravatte più di quel mondo personale che aveva incrociato la sua strada quella mattina.

Solo a casa, nella routine silenziosa e familiare fu capace di raccontare l’accaduto alla compagna attenta.
Non era certo di essere stato capace di comunicare quello che provava. Anzi, giudicò che non ci era riuscito per nulla. Ma si sentì meno solo e spaventato. Accarezzò persino l’idea di dedicare alla ragazza una preghiera, che non c’era nulla da perdere. Poi ci ripensò e rinunciò. Baciò Maria e dormì sonni agitati.

Lascia un commento

Archiviato in Racconti

Renzi, Tatcher e Sinistra

La diatriba di qualche mese fa tra Renzi e chi lo accusava di ‘essere come la Tatcher’, mi ha portato a riflettere. Il premier si indignò ed usò un tema poi ricorrente nelle sue argomentazioni di fronte alle critiche: nessuno ha la patente di decidere cos’è di sinistra, nessuno può stabilire i principi di una sinistra vera ed accusare gli altri di esserne fuori.

 Ricostruendo la vicenda, l’accusa di Tatcherismo arrivò all’ indomani della presentazione del Job’s Act. L’atto sostanzialmente porta ad una ulteriore flessibilizzazione del lavoro a cui non corrisponde un aumento della protezione sociale per chi è disoccupato. Si indeboliscono i contratti a tempo indeterminato, cosi da rendere anche essi flessibili, e li si incentivano con sgravi fiscali in concomitanza con una riduzione di alcune (solo alcune) forme di contratti precari. Si argomenta che, la modernità richiede agli individui di cambiare lavoro durante l’arco di vita e che flessibilità significa aumento dei posti di lavoro. Uno studio empirico del FMI (perfino l’FMI) dimostra il contrario (http://touchstoneblog.org.uk/2015/04/labour-market-deregulation-when-the-facts-change/). Si argomenta che l’articolo 18 impediva questa flessibilità in uscita. L’articolo in questione proteggeva i licenziamenti di tipo non economico, non quelli per motivi economici. L’accusa di Renzi quindi, si dimostra non supportata da una corretta analisi della legislazione prima esistente. Si argomenta che i contratti a tempo indeterminato, con il Job’s Act diventeranno la forma contrattuale prevalente e assicureranno flessibilità e non precarietà. Le forme contrattuali atipiche però, non vengono sostanzialmente ridotte, mentre i contratti a tempo indeterminato diventano così flessibili da essere sostanzialmente precari. Nel frattempo un sistema di protezione per chi perde il lavoro (ora più facilmente) non è previsto nel breve periodo ed è insufficiente nel lungo periodo. Il rischio è l’ulteriore depauperizzazione della forza lavoro inattiva. Gli ammortizzatori sociali inefficienti non vengono di fatto riformati. Si servono gli interessi dell’impresa, ma non quelli della competitività. Studi empirici e teorici raccontano che flessibilizzazione non crea occupazione, ne crescita, ne competitività.

Le contraddizioni della legge però, non fermano il processo di egemonia e giustificazione della macchina comunicativa della parte maggioritaria del PD. Si argomenta quindi, che con la riforma i precari diminuiranno (anche se non è cosi) e che i disoccupati verranno velocemente re-inseriti nel mondo del lavoro e che manterranno una stabilità di reddito sufficiente (anche questo è evidentemente falso). Si descrive la riforma come salvifica per i giovani precari e si passa a descrivere il sindacato, non i processi di globalizzazione della produzione, di volatilità dei capitali, di riduzione degli strumenti nazionali di welfare che corrispondono all’inazione a livello Europeo, come il maggiore responsabile di una segmentazione del mondo del lavoro tra protetti insiders e esclusi outsiders. Nello stesso tempo non si propone un sistema di flexsecurity o di riduzione reale della segmentazione del lavoro, ne tantomeno la creazione di agenzie reali per il re-training dei disoccupati o un welfare basato sull’activation dell’individuo. Niente di tutto questo. Si realizza l’ulteriore flessibilità del lavoro a fronte di un proclamato ma inesistente insieme di protezioni.

Il PD si dimostra ancora una curiosa eccezione all’interno del panorama delle socialdemocrazie europee. Invece di creare un autentico sistema di welfare sviluppista, attento alla crescita e alla competitività, flessibilizza senza proteggere, precarizza senza formare. In questo, Renzi ed il suo partito sempre più schiacciato sulle posizioni del leader, si pone fuori dall’insieme delle sinistre moderate europee, per quanto riguarda le politiche e le riforme strutturali che queste propongono o realizzano negli altri paesi. Ora, Renzi racconta che il sindacato ha la responsabilità di aver protetto i suoi iscritti a discapito degli outsiders. Rifugge cosi alle responsabilità politiche del suo partito, che dagli anni 90 in poi attua flexibility senza security, scaricando sul sindacato la responsabilità di policymaking, che è un potere che i sindacati italiani hanno raramente avuto.

Certo il sindacato ha le sue responsabilità. Non aver per tempo contrastato le politiche di flessibilizzazione promosse dai governi tecnici e di centrosinistra, è una di queste. Inoltre la connivente concertazione va analizzata, seppur guardando ad un processo che ha dimensioni europee e globali. Di certo il sindacato ha fatto troppo poco per farsi soggetto sociale e di classe, diventando un mero gruppo di interesse nel campo economico. Oggi la FIOM e forse la CGIL tutta, provano ad invertire coraggiosamente la marcia.

 Ma è qui che non servono patenti ne giudici per capire che le politiche di Renzi sono neoliberiste. Egli non cerca il consenso del mondo del lavoro organizzato; non apre un dibattito serio sulle responsabilità degli attori sociali e politici sul quale creare coalizioni competitive e riformare il sistema. Egli non cerca un supporto largo e solido per coniugare competitività e sicurezza, ma preferisce l’attacco populista al lavoro organizzato, l’ironia vessatoria, lo scarico di responsabilità, la comunicazione fumosa che mistifica la realtà. Parte quindi l’arsenale di luoghi comuni e battute, di cattiverie e inesattezze faziose.

 È qui che Renzi mostra il volto feroce di una destra mercantile e cosmetica. Smette i panni della socialdemocrazia europea, che pure tanti guasti ha creato e che tanto va criticata, e veste quelli del neoliberismo populista. Il suo è l’attacco padronale che ha come obiettivo la distruzione del sindacato. Esistono ancora, nonostante il calderone di marketing politico, concetti generali ed ispirazioni di Destra e Sinistra. Si può guardare alla società con gli occhi di Marx, di Weber, dei Webb, di Bernstein, Gramsci, Berlinguer e Caffè oppure con quelli di Locke e Toqueville, di Smith e Friedman.

Renzi ha gli occhi di Tatcher e Reagan, i modelli dei Chicago Boys. L’insieme di argomentazioni fittizie a difesa della giustezza ed equità della riforma del lavoro diventeranno evidenti nei mesi a venire. È compito nostro costruire l’alternativa, a partire dalle macerie che il neoliberismo sa fare. Ed in questo siamo già in ritardo.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni

La pistola giocattolo

di Francesco Bagnardikid

La pistola giocattolo nella mano paffuta e impolverata.
Il bambino corre tra le stradine del villaggio ai piedi del monte alla cima del quale c’è il monastero.
Ci passano i turisti su quelle stradine, due mesi l’anno.
Il bimbo non è sorpreso dai capelli biondi, dalle facce arrossate dal sole, dagli zaini grandi e colorati da escursionisti.

Gli inverni sono lunghi e freddi, duri e soli.
Le estati fresche ed affollate di curiosi turisti, pellegrini per un giorno, in cammino per conquistare la vetta.
Il bambino non se ne cura, continua a giocare, attaccando nemici invisibili.
La mucca poco lontano bruca pigra i pezzi di erbaccia rimasti.
La nonna sorveglia senza darlo a vedere.
La tubatura d’acqua è rotta. Fa da insolita fontana pubblica, col getto d’acqua che schizza alto.
Il maiale grugnisce, il fuoristrada sovietico alza polvere, percorrendo troppo veloce le strade strette.
Russi, polacchi, francesi e tedeschi transitano senza indugiare a passo di montanaro, coi bastoni appesi agli zaini.

Ci sarà neve tra un mese anche se ora è difficile perfino immaginarlo. La strada per Tbilisi resterà chiusa almeno un paio di settimane, come ogni anno.
Gli hotel chiuderanno per riaprire d’estate.
Il villaggio resterà solo tra le montagne.

L’aquila vola alta intanto, più grande di quanto immaginavo, alta e lontana.
Il confine militarizzato invece, non è troppo lontano.
Oltre la vetta la grande Russia, nemica, sorella maggiore.

L’inverno sarà lungo.
Il villaggio sarà solo di nuovo.
La nebbia nasconderà le cime, i contadini sopravvivranno.
Si berrà grappa, forte e amara, per riscaldarsi il cuore nelle notti di stelle e freddo.
Si brinderà al vento, ai monaci eremiti del monastero, alle donne tristi, agli amici ritrovati, alle montagne affilate, alla guerra finita, ai colpi che non si sparano più, alle promesse della nuova economia fatta di guest-house e turisti da guidare su in cima, alla ferita aperta, al conflitto congelato, non dimenticato ne risolto ma almeno interrotto, raffreddato, da anni silenzioso, quasi innocuo.
Si brinderà alle pistole giocattolo, alla nonna attenta che sorveglia calma il bambino ed i suoi nemici invisibili.

Lascia un commento

Archiviato in Racconti, Riflessioni

Mar Nero

Mar Nero

Conservare i tramonti. Ascoltare la voce del mare. Guardare i bambini giocare. Evitare il caos delle auto. Credere a parole d’amore.
Custodire i naufragi, per tornare a navigare.

Lascia un commento

di | 13 giugno 2014 · 11:17